venerdì 24 maggio 2024

Yakibitashi di asparagi

I principi del fascismo si diffondono nell’aria, mascherati furtivamente da qualcos’altro, sfidando tutto ciò che rappresentiamo. Le persone e le nazioni non imparano nulla dalla storia, questo è ormai chiaro. Non riusciamo a imparare la lezione o traiamo conclusioni sbagliate. Ormai, l’amnesia storica è la norma.  
A questo proposito, molto interessante è l'analisi di Laurence W. Britt, uomo d'affari internazionale e autore del saggio Fascismo, chiunque? (2003). 
Questo commentatore ormai in pensione individua il minimo comune denominatore in regimi come quello dell’Italia fascista, della Germania nazista, della Spagna franchista, del Portogallo di Salazar, della Grecia di Papadopoulos, del Cile di Pinochet e dell’Indonesia di Suharto.
Quattordici punti allarmanti che il governo Meloni e le amministrazioni locali di centro destra hanno fatto propri ormai da anni.
1. Espressioni potenti e continue di nazionalismo
Slogan accattivanti, orgoglio per l’esercito e richieste di unità erano (e sono ancora oggi) temi comuni nell’esprimere questo nazionalismo.  
2. Disprezzo per l'importanza dei diritti umani
Attraverso la propaganda, la popolazione è portata ad accettare ogni violazione dei diritti umani emarginando e demonizzando coloro che sono presi di mira.
3. Individuazione dei nemici/capri espiatori come causa unificante
Il capro espiatorio (il PD, per esempio) è il mezzo per distogliere l’attenzione della gente da altri problemi, per spostare la colpa per i fallimenti e per incanalare la frustrazione in direzioni controllate.
4. La supremazia militare
Una quota sproporzionata delle risorse nazionali è destinata all’esercito, anche quando le esigenze interne sono altre (scuola, sanità…).
5. Sessismo dilagante
Misogini, contrari all’aborto e anche omofobi, sfruttano la religione per coprire i loro abusi.
6. Mass media controllati
Il diritto all'informazione è negato ai cittadini. I giornalisti scomodi, che si oppongono alla propaganda di potere, vengono epurati e screditati, tanto in Rai quanto nella stampa locale.
7. Ossessione per la sicurezza nazionale
Un mezzo per trasformare i comuni cittadini in un esercito non ufficiale di poliziotti e soldati, solidali col potere.
8. Religione ed élite dominante legate insieme
La propaganda mantiene l’illusione che le destre difendano la fede, anche se il comportamento dei suoi rappresentanti politici è spesso incompatibile con i precetti della religione.
9. Potere delle multinazionali protetto
I membri dell’élite economica sono spesso coccolati dall’élite politica per garantire una continua reciprocità di interessi.
10. Potere del lavoro soppresso o eliminato
Il lavoro organizzato è in grado di sfidare l’egemonia politica della destra al potere e dei suoi alleati aziendali, così viene inevitabilmente schiacciato o reso impotente.
11. Disprezzo e repressione degli intellettuali e delle arti
Le idee non ortodosse o le espressioni di dissenso vengono costantemente attaccate, messe a tacere o represse.
12. Ossessione per il crimine e la punizione
La polizia è spesso glorificata e ha un potere quasi incontrollato, che porta ad abusi nei confronti dei più deboli, indifesi, senza tutele, emarginati e privi di risorse, poco importa che siano studenti, senzatetto o tossicodipendenti.
13. Clientelismo e corruzione dilaganti
È spesso prassi, per chi ricopre cariche pubbliche e/o politiche rilevanti, instaurare un sistema di favoritismi e scambi utilizzando risorse della collettività.
14. Elezioni fraudolente
Fino al controllo della macchina elettorale, l’intimidazione e la privazione dei diritti civili degli elettori dell’opposizione.

Non troppo dissimile dall’analisi di Umberto Eco, sempre riassunta in quattordici punti nel saggio Il fascismo eterno (1995):
1. Culto della tradizione del passato, spesso interpretata sincreticamente.
2. Rifiuto del modernismo, anche in conseguenza al primo punto, e dello spirito illuministico.
3. Irrazionalismo e culto dell'azione fine a se stessa. Diffidenza per la cultura.
4. Rifiuto della critica e dello spirito critico.
5. Paura della diversità. Una conseguenza ne è il razzismo.
6. Frustrazione delle classi medie (piccola borghesia) a causa di crisi economiche o pressioni politiche.
7. Ossessione per i complotti, anche di tipo internazionale.
8. Percezione di una eccessiva forza di nemici esterni, che tuttavia si ritiene di potere battere. Questa contraddizione porta tipicamente a false valutazioni degli avversari e, in ultima istanza, ad essere perdenti negli scontri.
9. Idea della guerra permanente e contrasto al pacifismo. La pace definitiva avverrà solo dopo la vittoria finale.
10. Elitismo di massa e disprezzo per i deboli: pertanto, disprezzo da parte di ciascun ceto per il suo ceto subordinato.
11. Eroismo di massa e desiderio di immolare se stessi per la causa comune, ma più frequentemente di immolare altri.
12. Machismo, più semplice da gestire dell'eroismo.
13. "Populismo qualitativo". Data la negazione dei diritti individuali, il "popolo" è considerato un insieme unico la cui volontà deve essere interpretata dal leader.
14. Uso di una Neolingua, caratterizzata da una sintassi elementare e veicolante un ragionamento critico necessariamente limitato.

Riconoscete anche voi questi segnali? Le elezioni si avvicinano, pensateci prima di votare un candidato di regime.

CONTORNO > YAKIBITASHI DI ASPARAGI


Asparagi > 500 g
Mirin > 50 ml
Salsa di soia > 50 ml
Brodo dashi (o di pesce) > 250 ml
Alga konbu > 1
Olio EVO > 4 cucchiai
Sale > 1 pizzico

Versate il mirin, la salsa di soia e l'alga konbu nel brodo dashi (o di pesce) e portate a bollore.
Fate bollire per 1 minuto, quindi togliete l'alga e tenete da parte il brodo.
Lavate gli asparagi con acqua corrente e asciugateli con carta da cucina.
Spezzate con le mani le parti finali, più dure e bianche, e rimuovete le parti esterne dei gambi, verdi e filamentose, aiutandovi con un pelapatate.
Tagliate gli asparagi in tre parti e cuoceteli in una padella antiaderente con 100 ml acqua.
Una volta evaporata l'acqua, versate l'olio EVO, salate e grigliate gli asparagi.
Versate gli asparagi grigliati in una ciotola e copriteli col brodo, lasciandoli marinare per 20 minuti.
Impiattate gli asparagi in una coppetta, versando un goccio di brodo caldo in ognuna.

venerdì 17 maggio 2024

Purin alla vaniglia

Nonostante i budini “rappresi” si mangiassero anche nell’antico Egitto e nella Grecia classica, un punto fermo nella storia della crème caramel si deve di certo a Marco Gavio Apicio, vissuto a cavallo fra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.: nella sua opera De Re Coquinaria, il gastronomo, cuoco e scrittore romano svelò infatti la ricetta del tiropatinam (“patina alla crema di latte”), preparato con uova, latte e miele, e servito cosparso di pepe.  
Per la classica versione col caramello bisogna attendere l’XI secolo, quando la canna da zucchero fu portata in Europa dal Medio Oriente. 
Sebbene portoghesi (dulce de leche), inglesi (pudding) e spagnoli (flan) rivendichino in qualche modo la paternità di questo piatto, pur con evidenti varianti, una delle prime ricette pubblicate in Europa fu dello chef francese Jean Baptiste Reboul, nel suo La cuisinière provençale (1897). 
In Giappone la crème caramel si chiama purin e può essere cotto a vapore (mushi purin) o al forno (yaki purin). Introdotto durante il periodo Meiji (1868-1912) dopo la fine del sakoku (politica di autarchia praticata durante il periodo Edo dallo shogunato Tokugawa), era un privilegio della corte imperiale e dell’aristocrazia. Grazie a un programma promozionale governativo, alla fine della seconda guerra mondiale latte e latticini si diffusero anche tra la gente comune, così anche il purin preconfezionato divenne onnipresente in tutti i minimarket giapponesi, in versione classica o aromatizzato al matcha, alla patata dolce e alla zucca. 


Golosa di purin è la diciassettenne Makoto Konno, protagonista del cult movie La ragazza che saltava nel tempo di Mamoru Hosoda (regista che avrebbe dovuto dirigere Il castello errante di Howl), vincitore di sei premi al Tokyo International Anime Fair 2007 (miglior animazione dell'anno, miglior regia, miglior storia originale, miglior sceneggiatura, miglior direzione artistica, miglior character design).  
Come nel romanzo originale di Yasutaka Tsutsui, Makoto ottiene l'abilità di compiere piccoli balzi indietro nel tempo, ma cambiare il passato non è affatto semplice… e per ricaricare le energie non c’è nulla di meglio di un buon budino!

DOLCI > PURIN ALLA VANIGLIA


Latte intero > 1 l 
Uova > 10 
Zucchero > 250 g 
Vaniglia in polvere > 1 cucchiaino  

Per il caramello: 
Zucchero > 200 g 
Acqua > 100 ml  

Versate lo zucchero e l’acqua in un pentolino d’acciaio, mescolate e lasciate cuocere a fiamma dolce fino a che il caramello non prenderà colore.
Versate il caramello negli stampini prima che si solidifichi, avendo cura di coprire bene fondo e pareti.
Scaldate il latte in un pentolino, fino a sfiorare il bollore.
Con l’aiuto di una frusta elettrica, in una ciotola sbattete insieme 6 uova intere, 2 tuorli, lo zucchero e la vaniglia.
Versate il latte caldo nelle uova sbattute e continuate a montare.
Filtrate il composto e dividetelo negli stampini.
Cuocete in forno a bagnomaria per 30-40 minuti, finché i purin non si saranno rassodati.
Lasciate raffreddare i purin e conservateli in frigorifero almeno 6 ore prima di servirli. 



giovedì 8 febbraio 2024

Melanzane in salsa wafu con semi di sesamo e katsuobushi

Ieri sera a cena abbiamo parlato di conoscenza e consapevolezza.
Le cose che non so neppure credo di saperle. Non tutte, per lo meno.
Non so andare in bicicletta e fingere disinvoltura infilando certe strade in contromano. D’altra parte ho imparato a pedalare su una cyclette in palestra, che si è rivelata la miglior metafora della mia vita: giro a vuoto, arranco, fatico, penso, cresco, ma rimango sempre lì.
Non so dire le bugie, neppure quelle a fin di bene. Semplicemente non ho memoria, mi dimentico le cose e se dicessi una bugia finirei col farmi male da solo.
Non so mantenere i segreti, non l’ho mai imparato. Forse è per questo che non so nascondere i regali e so sempre dove cercare i miei.
Non so fischiare con le dita né arrotolare la lingua senza ritrovarmi in un lago di saliva.
Non so nuotare né andare sott’acqua senza tapparmi il naso con le mani.
Quello che non so, è soprattutto cosa aspettarmi dalla vita. È questo il manifesto dei sentimenti e delle incertezze che mi porto dietro. La paura del distacco.
Faccio gli stessi errori da moltissimi anni. Dovrei avere la sensazione di averne abbastanza, invece niente. Quello che non so e che continuo a non sapere è perché. Come mai quando si cerca di fare la cosa giusta, così spesso si sbaglia? Non un segnale d’allarme, non un presentimento, solo una recidiva, come quella di un melanoma che ti costringe a soffrire per la malattia e anche per la cura.
Ma ieri sera una cosa l’ho capita: anche le cose che non so sono parte di me, come quelle che so.

CONTORNI > MELANZANE IN SALSA WAFU CON SEMI DI SESAMO E KATSUOBUSHI


Melanzane > 2
Salsa di soia > 3 cucchiai
Aceto di riso > 3 cucchiai
Olio di semi di girasole > 3 cucchiai
Zenzero fresco > 2 cm
Peperoncino > 1 pizzico
Aglio > 1 spicchio
Miele > 1 cucchiaino
Semi di sesamo > 1 cucchiaio
Katsuobushi > 1 cucchiaio

Preparate la salsa wafu unendo in una ciotola la salsa di soia, l’aceto di riso (o il corrispettivo di aceto di vino bianco, con aggiunta di ½ cucchiaino di zucchero), l’olio di semi di girasole, l’aglio sbucciato e leggermente schiacciato, il peperoncino, lo zenzero grattugiato e il miele.
Mescolate e lasciate riposare per almeno 1 ora, quindi filtratela e tenetela da parte.
Togliete il picciolo alle melanzane, lavatele e sbucciatele.
Dividetele a metà e fatele cuocere al vapore per 15 minuti. Non sollevate il coperchio e non rimuovetelo fino a cottura ultimata.
Lasciate raffreddare le melanzane su un piano inclinato, in modo che perdano tutta l’acqua.
Una volta fredde, tagliatele a listarelle e conditele con la salsa wafu.
Impiattatele cospargendole con i semi di sesamo tostati e un pizzico di katsuobushi (fiocchi di tonnetto essiccato, fermentato e affumicato). 

venerdì 12 gennaio 2024

Risotto agrodolce con peperoni e Asiago stagionato

Ieri sera a cena abbiamo parlato di una virtù del quotidiano: la pazienza. Si dice che sia una qualità superiore, che tragga linfa vitale dalla saggezza e ci permetta di non perdere la perseveranza del nostro agire. Che grazie a essa si possano ottenere risultati sorprendenti, anche in amore: d’altronde, a vincere è sempre chi si arma di pazienza e sa aspettare.
Nel prendere posizione, M. si mette immediatamente sulla difensiva e finisce con l’indossare il suo imbarazzo direttamente sul volto. Il rossore è un compagno costante nella sua vita e arriva nelle situazioni sociali meno opportune. Il timore di perdere il controllo delle emozioni alimenta il suo disagio, sa che potrebbe fare o dire qualcosa di inappropriato, così cerca di rimanere concentrato sullo scambio di battute, ma non ci riesce: prima si limita ad annuire e poi si svela.
La pazienza in amore è una virtù dei giovani, esclama d’un fiato, di chi non ha già aspettato troppo e inutilmente. A una certa età ci si deve forzare a pazientare, a lasciare che il tempo faccia la propria parte, decidendo cosa è giusto, creando occasioni, centellinando speranze. Arriva un punto nella vita in cui non è più sopportabile perdere tempo con ciò che potrebbe potenzialmente ferirci. E così M. ha smesso di sorridere a chi non gli sorride, di amare chi non lo ama, è stanco di confronti e di conflitti. Soprattutto, ha capito che non serve sprecare pazienza con chi non la merita.
Mi sono chiesto se abbia capito davvero cosa sia la pazienza. Spesso il rischio è quello di confonderla con la rassegnazione o con la pigrizia. Mi piacerebbe fargli capire che pazienza non è sopportazione né un abbandono passivo al flusso degli eventi e non è neppure la capacità di saper aspettare, quanto piuttosto ciò che facciamo mentre aspettiamo.
L’ho imparato in cucina: per riuscire in un piatto, bisogna pazientare. Il bravo cuoco sa aspettare.   

PRIMI > RISOTTO AGRODOLCE CON PEPERONI E ASIAGO STAGIONATO

Riso Arborio > 5 pugni 
Brodo vegetale > 1 litro (già salato) 
Aglio > 1 spicchio
Prezzemolo > 1 rametto 
Asiago DOP Stagionato > 200 g 
Vino bianco > ½ bicchiere 
Burro > 1 noce  

Per la marmellata di peperoni: 
Peperoni rossi > 1 kg  
Zucchero > 300 g  
Aceto di mele > 150 ml 
Sale > 1 pizzico   

Iniziate col preparare la marmellata di peperoni, che potrete poi conservare anche per accompagnare formaggi stagionati.
Lavate i peperoni, privateli dei semi e degli eventuali filamenti, quindi tagliateli a pezzetti e versateli in una pentola antiaderente, aggiungendo lo zucchero, l'aceto e il sale.
Cuocete a fuoco medio, mescolando finché non si scioglie lo zucchero.
Una volta raggiunto il bollore, abbassate la fiamma e continuate a cuocere per altri 30 minuti, sempre mescolando.
Frullate il composto servendovi di un mixer a immersione e passatelo in un passino a maglie strette per eliminare residui di buccia dei peperoni.
Terminate la cottura. Versate un cucchiaino di marmellata su un piattino inclinato: se scende lentamente è pronta, altrimenti proseguite la cottura ancora qualche minuto.
Lasciate intiepidire la marmellata per 10 minuti, girandola di tanto in tanto, poi versatela nei vasetti sterilizzati fino a 1 cm dal bordo.
Tappate e tenete i vasetti capovolti fino a completo raffreddamento.

Procediamo ora col nostro risotto.
Versate 1 noce di burro in una padella antiaderente, portatela a temperatura e fate soffriggere l'aglio e il prezzemolo finemente tritato.
Eliminate l'aglio, versate il riso e fatelo tostare. Quando i chicchi avranno un aspetto traslucido versate il vino e lasciatelo evaporare.
Versate ora il brodo bollente, facendolo assorbire pian piano, un mestolo alla volta
Dopo circa 10 minuti aggiungete due cucchiai di marmellata di peperoni e proseguite la cottura col brodo rimasto finché il riso non sarà perfettamente al dente.
Spegnete il fuoco e mantecate con l’Asiago Stagionato tagliato a dadini, amalgamandolo delicatamente sino ad ottenere un risotto morbido e ben asciutto.
Lasciatelo riposare per un paio di minuti prima di servirlo.    

mercoledì 10 gennaio 2024

Pane, burro e marmellata di fragole (al basilico)


I film di Hayao Miyazaki e dello Studio Ghibli sono conosciuti in tutto il mondo per i personaggi femminili forti (che vanno contro i ruoli di genere stereotipati), le trame dallo spirito ambientalista, il rispetto dei diritti umani e uno spiccato pacifismo. Una delle caratteristiche più importanti del cinema di Miyazaki è però il cibo. Il maestro utilizza con accortezza le 
pietanze più gustose per radunare i personaggi, costruire i loro rapporti e aggiungere profondità alle storie. È rarissimo vedere nei film di Miyazaki piatti ricercati, preparati con ingredienti rari e costosi: nella maggior parte dei casi troviamo infatti una cucina casalinga, piccoli spuntini o caratteristici bento. Una regola rispettata anche nel suo ultimo Il ragazzo e l’airone (ispirato al romanzo Kimi-tachi wa dō ikiru ka di Genzaburō Yoshino, pubblicato in Italia da Kappalab col titolo E voi come vivrete?), in cui mangiamo con gli occhi un beef shichu (stufato di manzo), i rakkyo (scalogni messo in salamoia con sale, aceto e zucchero), il kuri gohan (riso alle castagne) e una bella fetta di pane con burro e marmellata di fragole.
La marmellata che Himi serve a Mahito in una sequenza del film ha un'etichetta speciale, che sembra omaggiare la Jam Tomorrow citata nel secondo libro di Alice, Attraverso lo specchio. È la famosa Regina Bianca di Lewis Carroll a dire ad Alice (poco prima che Sua Maestà si trasformi in una pecora) che la regola del mondo specchiato è “marmellata domani e marmellata ieri, ma mai marmellata oggi”. Nel film di Miyazaki questa assume il significato di una promessa che non si avvererà mai, in quanto Mahito non potrà più mangiare la marmellata di sua madre.  

MERENDA > PANE, BURRO E MARMELLATA  

Panna fresca > 250 ml 
Fragole > 1 kg 
Zucchero > 500 g 
Basilico > 20 foglie 
Limone > ½   

Con l’aiuto di una frusta elettrica, montate la panna fresca in una ciotola capiente. Man mano che la panna inizia a prendere consistenza aumentate la velocità.
Una volta soda, continuate a montare la panna fino a farla “impazzire”.
Quando la parte grassa si sarà separata da quella liquida, strizzate con le mani il burro eliminando il più possibile il latticello. 
Versate il burro in un contenitore ermetico e conservatelo in frigo.
Lavate intanto le fragole e mondatele eliminando il picciolo, quindi tagliatele a pezzi e unite lo zucchero, il basilico spezzato grossolanamente e il succo di mezzo limone.
Cuocete in una pentola antiaderente. Una volta raggiunto il bollore, abbassate la fiamma e continuate a cuocere per altri 30 minuti, sempre mescolando.
A fine cottura, versate un cucchiaino di marmellata su un piattino inclinato: se scende lentamente è pronta, altrimenti proseguite la cottura ancora qualche minuto.
Lasciate intiepidire la marmellata per 10 minuti, girandola di tanto in tanto, poi versatela nei vasetti sterilizzati fino a 1 cm dal bordo.
Tappate e tenete i vasetti capovolti fino a completo raffreddamento.
Per la vostra merenda, stendete il burro ammorbidito su una fetta di pane e aggiungete uno strato generoso di marmellata di fragole al basilico.



lunedì 20 novembre 2023

Storia di Manuela

Oggi non vi regalo una ricetta, ma un breve racconto che ho scritto per il Transgender Day of Remembrance (TDoR) e che ha fatto parte della performance Gocce di memoria alla Rotonda Foschini del Teatro Comunale di Ferrara, letto dall'EducAttore Andrea Zerbato e accompagnato dall’esibizione di danza di Collettivo Corpo Creativo.
Ho voluto far rivivere nella memoria collettiva una delle tante, troppe vittime di femminicidio. Quella di Manuela in particolare è la storia di una persona invisibile, a cui la nostra società ha reso impossibile vivere la propria vita con dignità. E questo non è mai giusto. Buona lettura.

STORIA DI MANUELA

di Massimiliano De Giovanni



Mentre sta per chiudere gli occhi, Manuela ripensa a sua nonna. Per capire se un uomo è una persona affidabile, diceva, bisogna guardargli le scarpe. Ma non la punta, che quella si pulisce facilmente strofinandola sui calzoni, bensì la parte posteriore. Manuela ha sempre trovato molto sagge quelle parole, perché è dalle piccole cose che si riconoscono le persone perbene. E Cristian aveva delle scarpe bellissime.
L’aveva conosciuto in un giorno di pioggia, se lo ricorda come se fosse ieri. Era arrivata a Milano da un paio d’anni e aveva pubblicato un’inserzione su “AnnunciToday” per reclamizzare la sua attività. Cristian si era presentato tre ore prima del suo appuntamento, sperando che ci fosse già posto. Era entrato togliendosi le scarpe, per non sporcare il pavimento, e se ne stava fermo in un angolo, con uno sguardo tra il curioso e l’ammirato. Avrebbe atteso, se necessario, non aveva fretta.
Da quel momento Cristian era tornato da lei con una certa regolarità, per questo Manuela aveva deciso un giorno di fargli credito. La cosa era inusuale, ma la divertiva: lei che faceva credito a un banchiere! La nonna non avrebbe capito né approvato. A far credito non si guadagna niente, diceva sempre, e nel suo salone di parrucchiera aveva appeso un grande cartello per dissuadere le richieste e compensare il rischio da sopportare. Ma per Manuela non si trattava di un semplice rapporto di lavoro e, in fondo, poco le importava dei cinquecento euro che ancora avanzava.
Manuela si forza a rimanere sveglia per capire cosa sia successo all’improvviso tra di loro. Nonostante la differenza d’età e il suo italiano stentato, si erano sempre intesi bene e completati a vicenda. A volte riuscivano persino a captare i reciproci pensieri. Cristian era gentile, le diceva quanto fosse speciale per lui, che la loro non era una semplice storia di sesso. Perché aveva deciso allora di finirla così?
In fondo, come lui aveva accettato lei, lei aveva accettato i suoi sbalzi di umore, le sue ansie e le sue nevrosi. Aveva sempre cercato di assecondarlo, nei momenti di iperattività e anche quando era piombato in quello stato di depressione e disinteresse verso tutto e tutti. Aveva persino legittimato la sua apatia e imparato ad amare quel suo nuovo sguardo, quegli occhi lucidi e rossi, le sue pupille dilatate. Il focalizzare le proprie forze su di lui aveva però alimentato l’ego distorto di Cristian.
Le personalità narcisistiche hanno bisogno del controllo, e invece lei continuava a tenerlo legato. Avrebbe potuto capirlo e fuggire, negarsi, resistere all’impulso di baciarlo, invece si era servita del ricatto emotivo per costringerlo a non allontanarsi. In amore siamo tutti deboli e pronti più o meno a ogni trucco. Anche Manuela era così e quella sera si era fatta bella per lui, si era depilata, stirata i capelli, aveva messo una crema profumata, unghie lunghe laccate e aveva tinto le labbra di un rosso corallo. Vedendolo entrare, non poteva immaginare cosa sarebbe successo. Non poteva credere che dopo quell’ultima notte d’amore non si sarebbero più rivisti.
Manuela ascolta il tacere di Cristian, che dà voce a tutte le sue insicurezze. Quella del silenzio è una delle forme più crudeli di manipolazione psicologica. È una punizione, un modo per demolire lentamente un’identità. Chi la subisce conosce perfettamente quanto una violenza non verbale possa umiliare. E Cristian non dice una parola su quanto fosse giusto, necessario, opportuno continuare a vivere senza di lei, lui che in fondo era un uomo sposato e doveva salvaguardare quella parvenza di normalità.
Presa alla sprovvista, Manuela non ha neppure avuto la forza di reagire, non si è difesa, non ha lottato, è rimasta inerme perché l’indifferenza di lui la stava uccidendo. Era finita senza una ragione né un motivo, senza niente, con le labbra ancora rosse e quelle unghie intatte.
Le ferite al cuore sono le più difficili da rimarginare. Manuela conta quelle che ha dovuto subire da Cristian. Una, dieci, cinquanta, ottantacinque. Un destino segnato per entrambi, avrebbe sentenziato sua nonna sfogliando la Cabala. I numeri parlano e l’85 sottintende un realismo traumatico: per lei significava accettare la situazione così com’era e prepararsi ad affrontarla di conseguenza, per lui era una soluzione ai problemi, un modo per non lasciarsi influenzare da ciò che gli altri avrebbero detto e per vivere la vita alle proprie condizioni. Un numero che nella Smorfia napoletana rappresenta ll’aneme ’o priatorio, le anime del purgatorio, il luogo in cui soggiorna dopo morto chi non è stato tanto buono da finire in paradiso né così cattivo da precipitare all’inferno. Chi non è stato né uomo né donna, farà eco qualcuno.
Manuela sente che Cristian se ne sta andando, da quella casa e dalla sua vita, lasciandola in un lago di sangue. Poi, mentre chiude per sempre gli occhi, riflette su quanto sia ipocrita il mondo, sul fatto che non le sia bastato morire già una volta come uomo. Mentre il gas si diffonde dalla cucina e riempie l’aria, nel tentativo di coprire le tracce dell’ennesimo femminicidio, si chiede come sarà globalizzata la sua storia sotto i riflettori deformanti dell’informazione, se i giornali declineranno gli aggettivi col genere giusto, su quali dettagli privati la stampa indugerà, come la vestiranno al suo funerale, cosa sarà scritto sulla sua lapide, non certo “Manuela De Cassia, lavoratrice del sesso”.
E così, con gli occhi chiusi, il 20 luglio del 2020 Manuela muore, appena in tempo per non sentire la sua memoria calpestata e sconvolta, come quella di tante altre donne uguali a lei. 






venerdì 10 novembre 2023

Torta rovesciata all'ananas

Pioggia di ricordi è senza dubbio il film più intimista dello Studio Ghibli. Sono proprio le memorie di Taeko a dare struttura all’opera di Isao Takahata, le sue tradizioni di famiglia.


Riguardando l’anime mi sono reso conto di quante cose abbiamo in comune io e Taeko, a cominciare dai nostri ricordi legati all’ananas.

Nel 1966 in Giappone era abbastanza inusuale consumare frutta importata, e l’ananas si trovava solamente già pronto, sciroppato e in lattina. Nessuno nella famiglia di Taeko aveva mai visto dal vero quello strano frutto esotico e ignorava persino come sbucciarlo e mangiarlo. 

In quegli anni il Giappone si stava rialzando dalla sconfitta bellica e iniziava ad aprirsi ai mercati stranieri. Una vera emancipazione gastronomica. Per questo le aspettative della bambina erano alte.

Il frutto non ha però lo stesso sapore dell’ananas sciroppato, è decisamente meno dolce, ma Taeko continua a mangiarlo per orgoglio. Si prepara inconsapevolmente a gusti più adulti.

Alcuni sostengono che il termine ananas derivi dall’unione delle due parole arabe ain e anas (letteralmente “occhio umano”), per via delle scaglie esterne del frutto che ricordano appunto la forma di un occhio. L’origine del nome potrebbe però derivare anche da anana, con cui gli indios ai tempi di Cristoforo Colombo indicavano l’aroma, il profumo. Nei secoli furono associati a questo frutto nomi diversi e variegati, come pigna del re, per il costo elevato, e ancora oggi i popoli di lingua spagnola lo chiamano piña, termine ripreso anche dagli anglofoni col loro pineapple (“pigna-mela”).

Le piante appartenenti al genere ananas sono in tutto sei, ma solo una è capace di produrre frutta commestibile (un solo frutto ogni diciotto mesi circa), quella che viene comunemente consumata nelle tavole di tutto il mondo.

Come Taeko, da bambino ero abituato anch’io all’ananas in scatola, che mia madre utilizzava per una torta speciale. La sua era una variante della classica upside down americana, la cui ricetta si trova ancora oggi su alcune bustine di lievito per dolci. Più bassa e meno asciutta di una normale ciambella, resa umida da una generosa dose di caramello, più leggera e saporita grazie al succo d’ananas utilizzato al posto del latte.

Oggi ho cercato di ritrovare il gusto di un ricordo lontano, cucinandola io.


DOLCI > TORTA ROVESCIATA ALL’ANANAS



Farina > 250 g

Burro >  150 g

Zucchero >  120 g

Succo d’ananas >  150 ml

Uova >  3 uova

Vaniglia in polvere > 1/2 cucchiaino

Limone >  1

Lievito per dolci > 1 bustina

Ananas a fette al naturale > 1 scatola

Noci > 5


PER IL CARAMELLO:


Zucchero >  200 g

Acqua >  60 ml


Mettete sul fuoco la tortiera e distribuite sul fondo lo zucchero, versate l’acqua e fate cuocere lo sciroppo fino a che non raggiungerà una colorazione ambrata. Muovete la tortiera perché il caramello si sparga uniformemente anche sulle pareti.

Scolate le fette di ananas dal loro succo. Tenete da parte il succo e disponete le fette sul fondo della tortiera, inserendo al centro di ognuna mezzo gheriglio di noce (con la parte bombata rivolta verso lo stampo).

In una ciotola capiente montate il burro con lo zucchero fino a ottenere un composto spumoso, aggiungendo la scorza grattugiata del limone e la vaniglia.

Unite un uovo alla volta, continuando a montare, poi incorporate la farina setacciata insieme al lievito per dolci e infine il succo d’ananas.  

Versate il composto nella tortiera e cuocete in forno caldo a 180° per circa 45 minuti.

Capovolgete la torta ancora calda sul piatto da portata e lasciatela raffreddare prima di servirla.


martedì 23 maggio 2023

Parmigiana di melanzane alla pizzaiola

L’altra sera a cena abbiamo parlato di ordine e creatività. In un’epoca dominata dagli insegnamenti di Marie Kondo c’è ancora posto per il disordine? 

Una stanza disordinata induce a sopravvivere, per necessità, al di fuori dei confini dell’organizzazione, così diviene più facile pensare fuori dagli schemi. S. si è sempre aggrappata a questo: è vero che l’ordine produce scelte salutari, generose e convenzionali, ma è il disordine a generare la creatività.

Come conciliare tutto questo con la filosofia giapponese che promuove la forza del rigore? Forse, semplicemente, è una questione di equilibrio.

Il disordine può essere estremamente creativo, è vero, ma solo quando lo spazio diventa un contenitore fonte d’ispirazione. Al contrario, quando il caos ci travolge può essere lo specchio di un malessere a livello interiore che si ripercuote nella nostra quotidianità. Il rischio è quello di lasciarsi prendere la mano, fino a ritrovarsi nel disordine e nella disarmonia delle proprie relazioni sociali e affettive.

Il metodo delle 5S prevede un percorso costante, una svolta alle abitudini malsane. Un po’ come la dieta mediterranea (o quella dissociata, se fate palestra).

Si inizia classificando vestiti, oggetti e ricordi vari decidendo cosa tenere e cosa dare via (fase seiri), poi si passa al riordino vero e proprio (fase seiton) scegliendo un posto (il migliore possibile) per ogni cosa. Solo a questo punto si possono fare le pulizie (fase seiso), che devono essere puntuali, costanti e periodiche, tanto da arrivare al mantenimento dell'ordine e della pulizia (fase seiketsu). L’ultimo stadio rappresenta la disciplina (fase seitsuke), vero motore di ogni filosofia giapponese.

Per le ultime tre fasi potete farvi aiutare, ma le prime devono partire da voi. E S. finalmente sembra averlo capito.


SECONDI > PARMIGIANA DI MELANZANE ALLA PIZZAIOLA



Melanzane > 3

Passata di pomodoro > 700 ml

Farina > qb

Mozzarella di bufala > 300 g

Parmigiano Reggiano > 100 g

Cipolla > 1

Olive verdi > 50 g

Capperi sotto sale > 1 manciata

Basilico > 1 mazzetto

Olio EVO > 4 cucchiai

Olio di semi di arachidi > 1 l

Sale > 1 pizzico

Pepe > 1 pizzico


Lavate le melanzane, asciugatele e tagliatele a fettine sottili (2 o 3 mm).

Una volta che le avrete spolverate di sale, adagiatele su un piano e lasciatele riposare per un’ora, fino a quando non avranno perso l’acqua di vegetazione. 

Scaldate intanto l’olio extravergine d’oliva in una padella antiaderente e fate imbiondire a fuoco lento la cipolla affettata sottile. 

Unite la passata di pomodori e il mazzetto di basilico, le olive verdi a rondelle, i capperi (dopo averli dissalati in acqua e strizzati), salate, pepate e fate cuocere coprendo con un coperchio, fino a quando il sugo non si sarà rappreso.

Sciacquate le fettine di melanzana, asciugatele bene e passatele nella farina, quindi friggetele in abbondante olio di semi e poi lasciatele asciugare su carta paglia.

Foderate una teglia con la carta forno, stendete un velo di sugo e coprite con uno strato di melanzane fritte. 

Proseguite con un secondo velo di sugo e con la mozzarella tagliata a dadini, quindi spolverate di Parmigiano Reggiano grattugiato e coprite con un secondo strato di melanzane fritte. 

Continuate fino a esaurimento degli ingredienti, terminando con uno strato di sugo e con una bella grattugiata di Parmigiano Reggiano.

Infornate per 40 minuti a 200 °C, lasciando gratinare bene la superficie. 

Servite la parmigiana tiepida guarnendo con qualche foglia di basilico fresco.