sabato 25 luglio 2026

Melanzane arrosto con burrata, ciliegie marinate e pistacchi

Ieri sera a cena abbiamo parlato delle persone che sanno cambiare idea. Di quelle che hanno l'onestà intellettuale di dire: «Mi sbagliavo».
G. ha confessato di aver passato una vita a evitare le melanzane. Le trovava amare, molli, pesanti. Poi, qualche settimana fa, le ha assaggiate cotte lentamente al forno, quasi caramellate, e si è chiesto come avesse fatto a ignorarle per così tanto tempo.
Da lì la conversazione è scivolata sull'amore, di come qualche anno fa lui lui e S. fossero arrivati a un passo dal lasciarsi. Per mesi avevano discusso sempre delle stesse cose, ognuno arroccato sulle proprie certezze, nel tentativo disperato di convincere l'altro. Poi una sera, durante l'ennesima lite, S. gli ha detto: «Forse il problema è che passi più tempo a cercare di cambiare me, anziché chiederti se sei disposto a cambiare idea».
Un colpo di fulmine tardivo. «Aveva ragione», ha ammesso M. «In quel momento ho capito che avere ragione e salvare una relazione non sempre coincidono».
Mentre sparecchiavo, mi è venuto da sorridere. Quando ho deciso di cucinare quel piatto, sapevo che M. aveva finalmente dato una seconda possibilità alle melanzane. Non immaginavo, però, che ci avrebbe raccontato di aver fatto lo stesso con la persona che ama.
Forse è per questo che continuo a divertirmi in cucina: perché a volte basta cambiare cottura, o punto di vista, per scoprire un sapore che avevamo sempre tenuto a distanza. E questo, dopotutto, vale anche per le persone.

ANTIPASTI > MELANZANE ARROSTO CON BURRATA, CILIEGIE MARINATE E PISTACCHI


Melanzane lunghe > 2
Burrata > 250 g
Ciliegie > 250 g
Pistacchi non salati > 40 g
Miele > 1 cucchiaino
Aceto balsamico bianco > 2 cucchiai
Limone > ½
Menta fresca > qualche foglia
Olio EVO > 5 cucchiai
Sale > 1 pizzico
Pepe nero > 1 pizzico

Lavate le melanzane e tagliatele a metà nel senso della lunghezza.
Incidete la polpa con tagli diagonali senza arrivare alla buccia.
Conditele con olio extravergine d'oliva, sale e pepe.
Disponetele su una teglia rivestita con carta forno e cuocetele a 200 °C per circa 35-40 minuti, finché saranno morbide e ben dorate.
Nel frattempo snocciolate le ciliegie e dividetele a metà.
Conditele col miele, l'aceto balsamico bianco, qualche goccia di succo di limone e un cucchiaio d'olio.
Lasciatele marinare una ventina di minuti.
Tritate grossolanamente i pistacchi e tostateli un paio di minuti in una padella asciutta.
Sfornate le melanzane, lasciatele intiepidire cinque minuti e disponetele sul piatto da portata.
Aprite la burrata direttamente sopra ogni melanzana, distribuendo anche la parte più cremosa.
Aggiungete le ciliegie con parte della loro marinata.
Completate con i pistacchi tostati, qualche fogliolina di menta spezzettata con le mani, un filo d'olio extravergine e una macinata di pepe nero.
Servitele tiepide.
Le melanzane saranno morbide e leggermente affumicate, la burrata fresca, le ciliegie ancora succose e il pistacchio darà quel contrasto croccante che rende ogni boccone diverso dal precedente.

giovedì 9 luglio 2026

Il miyeok-guk di Typhoon Family

Ieri sera a cena, invece di apparecchiare, mi sono preparato qualcosa da sgranocchiare e mi sono sistemato sul divano. Quando Giorgio è via, ogni tanto me lo concedo: una cena semplice, senza orari, lasciando che la TV mi faccia compagnia.
Mentre guardavo Typhoon Family, è arrivata puntuale una delle scene che più amo dei K-drama: il momento in cui i protagonisti si riuniscono a tavola per gustare insieme i piatti tipici della loro tradizione. 
È la vigilia dell’anniversario della compagnia Typhoon, ma per Kang Tae-poong è anche la vigilia del compleanno. Le due ricorrenze coincidono e finiscono così per intrecciarsi, dando un significato particolare sia alle pietanze servite sia ai piccoli gesti che accompagnano il pasto. D’altra parte, in lingua coreana, la parola taepoong (태풍) significa letteralmente “tifone”.
Nel drama, il compleanno è chiamato “il giorno dell’apertura delle orecchie” (귀 열린 날, gwi yeollin nal), espressione popolare usata soprattutto dagli anziani per indicare il giorno della nascita. L’immagine richiama il momento in cui il neonato viene al mondo, inizia a percepire i suoni e si apre alla relazione con ciò che lo circonda. Non ha un valore religioso, ma celebra simbolicamente l’inizio della vita e dell’ascolto. Questo modo di dire richiama un’espressione molto più diffusa in Corea, gwi ppajin nal (귀 빠진 날), letteralmente “il giorno in cui sono uscite le orecchie”, usata colloquialmente come sinonimo di compleanno. 
Per l’occasione Tae-poong mangia il tradizionale miyeok-guk, la zuppa di alghe e manzo che in Corea accompagna da sempre questa ricorrenza. Durante il pasto, Beom-soo, uno dei membri storici e pilastri dell’azienda, prende un grosso pezzo di carne dalla propria ciotola e lo mette in quella del ragazzo. È un gesto semplice che racconta però alla perfezione il concetto di jeong, collante invisibile della società coreana: quel senso di attaccamento che nasce e cresce con il tempo, attraverso la vicinanza e le relazioni quotidiane. Si può provare jeong per un amico d’infanzia, per il vicino di casa o persino per un oggetto a cui si è particolarmente legati. 
Anche il modo in cui Tae-poong consuma la zuppa risulterà familiare a molti coreani. Il riso viene servito a parte, ma tantissime persone lo versano direttamente nel brodo, mescolandolo alle alghe e al manzo fino a trasformarlo in un piatto unico, caldo e confortante. 
A quel punto ho messo in pausa la serie e ho pensato che questa ricetta meritasse di entrare anche nella mia cucina. Tra poco sarà il mio compleanno e mi è sembrato il momento giusto per svelarne dosi e ingredienti (in attesa del mio nuovo ricettario IN CUCINA CON I K-DRAMA COREANI, di prossima pubblicazione per Kappalab). 
Se qualcuno vorrà prepararmela, ecco come fare.

PRIMI > MIYEOK-GUK (ZUPPA COREANA DI ALGHE E MANZO)
Manzo (reale o punta di petto) > 250 g
Miyeok (o alga wakame) > 20 g
Aglio > 3 spicchi
Salsa di soia > 2 cucchiai
Olio di sesamo tostato > 2 cucchiai
Acqua > 1,5 l
Sale > q.b.
Pepe nero > q.b.
Riso bianco cotto > da servire a parte

Mettete il miyeok (o alga wakame) in ammollo in abbondante acqua fredda per circa 20 minuti, finché non sarà completamente reidratato. Scolatelo e strizzatelo delicatamente.
Tagliate il manzo a fettine sottili, conditelo con un cucchiaio di salsa di soia e lasciatelo insaporire per una decina di minuti.
Scaldate l’olio di sesamo tostato in una casseruola e fate rosolare il manzo per 2-3 minuti. Unite l’aglio tritato e mescolate senza lasciarlo scurire.
Aggiungete l’alga reidratata e fate insaporire tutto insieme per altri 2-3 minuti, continuando a mescolare.
Versate l’acqua, portate a ebollizione, quindi abbassate la fiamma e lasciate sobbollire per circa 25-30 minuti.
Aggiungete il restante cucchiaio di salsa di soia e regolate eventualmente di sale e pepe. Il brodo dovrà risultare delicato, lasciando emergere il sapore delle alghe e dell’olio di sesamo tostato.
Servite il miyeok-guk ben caldo con una ciotola di riso bianco a parte. Come fanno molti coreani, potete gustare il riso separatamente oppure versarlo direttamente nella zuppa e mescolare tutto insieme, proprio come fa Tae-poong in Typhoon Family.



venerdì 3 luglio 2026

I miei ricettari per Kappalab, Ynnis e Insight Editions

Ci penso spesso: se qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei scritto ricettari, probabilmente avrei sorriso.
È iniziato quasi per caso, traducendo un libro di cucina per l’editrice francese Ynnis. A forza di controllare ingredienti, dosi e procedimenti, e di mettere le mani in pasta per correggere le ricette, alla fine mi è stato proposto di scriverlo io, un libro di cucina!
Da quella scommessa sono entrato in una collana che, volume dopo volume, è diventata sempre più mia:

In cucina con gli anime della tv

In cucina con gli anime dello Studio Ghibli

In cucina con le fiction

E fra pochissimo arriverà il mio quinto titolo:

– IN CUCINA CON I K-DRAMA COREANI

La cosa più incredibile è che queste ricette hanno iniziato a viaggiare nel mondo, con edizioni in Francia (Ynnis) e negli Stati Uniti (Insight Editions)!

A ben guardare, però, la cucina è sempre stata un filo rosso nella mia vita:
– Il Sushi Café Kappa, fondato a Bologna nel 2000 con gli altri Kappa Boys
– Questo blog di cucina creativa
– I corsi di cucina tenuti per anni nelle librerie IBS
Forse il punto è proprio questo: ho sempre raccontato storie. A volte con un romanzo, a volte con un fumetto, a volte partendo da un piatto visto sullo schermo.
A proposito, qual è la vostra serie TV o anime preferito che vi ha fatto venire voglia di mettervi ai fornelli? Fatemelo sapere nei commenti! 👇

martedì 23 giugno 2026

Verdesca al forno con pesca tabacchiera, lime, zenzero e peperoncino

Ieri sera a cena ci siamo chiesti come siamo arrivati a questo punto: a vivere ogni cosa come una rissa da stadio, con un nemico da insultare e umiliare.
Eravamo con un amico e il discorso è caduto sui commenti apparsi sotto due mie foto recenti: una in cui bacio mio marito, l’altra scattata al Pride di Rovigo insieme a Vladimir Luxuria.
«Che monnezza», «Senza vergogna», «Fate proprio schifo», «Immagine raccapricciante», «Ma andate a lavorare, luridi», e poi battute sul corpo, allusioni, risatine da branco.
Più che le singole parole, mi ha colpito il meccanismo: quella cattiveria ripetuta e compiaciuta, e la relativa fretta di schierarsi, scegliere una curva, trovare subito un nemico.
Negli ultimi anni la politica ha alimentato questo clima giorno dopo giorno, e una parte della società lo ha fatto proprio. Si discute sempre meno per capire e sempre più per colpire. Conta stare dalla parte giusta della barricata: esultare quando l’altro sbaglia, insultare appena appare sullo schermo.
È la logica tossica degli ultras: noi contro loro. Così un bacio tra due persone sposate diventa una provocazione. Una foto a un Pride è una dichiarazione di guerra. Una persona smette di essere tale e diventa un simbolo da applaudire o fischiare.
Il problema non siamo io e Giorgio né Vladimir Luxuria. Il problema è una società che tollera senza troppo scandalo la violenza quotidiana, le stragi del calcio, lo spreco di denaro pubblico, ma si agita davanti a persone che si vogliono bene.
E questo analfabetismo emotivo fa molta più paura delle mie foto, credetemi.
Voi da che parte vi schierate?

SECONDI > VERDESCA AL FORNO CON PESCA TABACCHIERA, LIME, ZENZERO E PEPERONCINO

Verdesca > 4 tranci
Pesche tabacchiere > 3
Lime > 1
Zenzero fresco > 10 g
Peperoncino > 1 cucchiaino
Panko > 4 cucchiai
Salsa di soia > 3 cucchiai
Miele > 1 cucchiaino
Vino bianco > ½ bicchiere
Olio EVO > 4 cucchiai
Sale > 1 pizzico
Pepe > 1 pizzico

Lavate le pesche tabacchiere, asciugatele e tagliatele a spicchi sottili, lasciando la buccia. Sceglietele mature ma ancora sode, così in forno resteranno compatte e non copriranno il sapore del pesce.
In una ciotola mescolate la salsa di soia col miele, il succo di mezzo lime, un cucchiaio d’olio extravergine d’oliva, lo zenzero grattugiato e un pizzico di peperoncino.
Adagiate i tranci di verdesca in una pirofila foderata di carta forno, salateli appena e spennellateli con la marinata.
Distribuite intorno e sopra il pesce gli spicchi di pesca tabacchiera, quindi versate sul fondo il vino bianco.
Mescolate il panko con la scorza grattugiata del lime, un filo d’olio e il pepe.
Cospargete la superficie della verdesca con questo composto, lasciando intravedere il pesce e le pesche.
Cuocete in forno già caldo a 190° per 15-18 minuti, fino a quando la verdesca non sarà morbida e la superficie leggermente dorata.
Durante la cottura controllate che il fondo resti umido; se serve, aggiungete un cucchiaio d’acqua calda o altro vino bianco.
Sfornate, lasciate riposare un minuto e completate con poca scorza di lime, qualche goccia del suo succo e, per chi ama il piccante, un ulteriore pizzico di peperoncino.
Servite caldo, raccogliendo il fondo di cottura con un cucchiaio e versandolo sul pesce. La pesca tabacchiera deve restare morbida, profumata, ancora intera, con la buccia appena arrossata e il succo mescolato al lime, allo zenzero e al peperoncino.





  

lunedì 27 aprile 2026

Pesce spada al cartoccio con miso, chutney di agrumi e barba del frate

Ieri sera a cena abbiamo parlato di quelle relazioni che, quando finiscono, provano a riscrivere anche il passato. Ti lasciano addosso l’idea fastidiosa che la felicità sia arrivata con loro, che prima ci fosse solo una vita in pausa.
Un'amica è arrivata con una giacca leggera sul braccio e i capelli raccolti in un elastico troppo stretto, di quelli che lasciano il segno sul polso.
È solo fine aprile, ma fa già caldo. Le finestre erano aperte e dalla strada saliva il rumore dei motorini e la musica del bar all'angolo.
Si è seduta e ha detto: «Odio questo periodo. Appena inizia a far caldo sembra che tutto debba ripartire per forza, mentre io ho ancora la testa ferma a mesi fa». 
L. viene da una storia finita da poco. Una di quelle che sopravvivono nei riflessi, così le capita ancora di controllare se c’è una sedia libera accanto alla propria, spesso apparecchia per due, si volta quando passa qualcuno con lo stesso profumo.
Quando ha assaggiato il pesce spada, ha abbassato gli occhi sul piatto. È rimasta zitta per qualche secondo, poi mi ha raccontato di una cena al mare, anni prima. Fuori stagione anche quella.
Un tavolino traballante, il vento che portava via i tovaglioli, le mani sporche di agrumi. C’era una persona seduta davanti a lei, certo. Però nel ricordo c’era soprattutto lei: abbronzata, affamata, con un vestito comprato in un negozio sul lungomare e la sensazione di stare bene.
Ha bevuto un sorso d’acqua e ha ripreso la forchetta.
«Sai cosa?» ha detto. «Forse ero più felice prima». 
Certe cene servono a questo: a riprendersi un ricordo, appoggiarlo sul tavolo tra le briciole e poi lasciarlo andare insieme ai piatti sporchi.
Mentre entrava l’aria calda del quartiere, con l’odore dell’asfalto e dei tigli appena fioriti, L. ha sollevato il bicchiere. «A me» ha detto, e ha bevuto senza aggiungere altro.
Per tutto il resto della cena il telefono è rimasto a faccia in giù, spento, in mezzo a tutto quel vuoto che non faceva più paura.

SECONDI > PESCE SPADA AL CARTOCCIO CON MISO, CHUTNEY DI AGRUMI E BARBA DEL FRATE
Pesce spada > 2 tranci
Barba del frate > 300 g
Miso chiaro > 1 cucchiaio
Marmellata di arance amare > 1 cucchiaio
Salsa di soia > 1 cucchiaio
Arancia > 1
Limone > ½
Zenzero fresco > 2 cm
Semi di sesamo > 1 cucchiaio
Olio extravergine d’oliva > 4 cucchiai
Sale > 1 pizzico
Pepe > 1 pizzico

Per il chutney di agrumi:
Marmellata di agrumi > 4 cucchiai
Aceto di mele o di riso > 1 cucchiaio
Senape > 1 cucchiaino
Scorza d’arancia > qb
Zenzero fresco > 2 cm
Peperoncino > 1 pizzico
Timo fresco > qualche fogliolina
Sale > 1 pizzico

Preparate la salsa mescolando in una ciotola il miso chiaro, la marmellata di arance amare, la salsa di soia, un cucchiaio di succo d’arancia, poca scorza grattugiata, un filo d’olio e lo zenzero fresco grattugiato.
Lavate e asciugate bene i tranci di pesce spada con carta da cucina.
Sistemate ogni trancio al centro di un foglio di carta forno, quindi spennellatelo sopra e sotto con la salsa al miso e arancia.
Chiudete i cartocci sigillando bene i bordi e disponeteli su una teglia.
Cuocete in forno già caldo a 180 °C per circa 12-15 minuti, secondo lo spessore dei tranci.
Aprite i cartocci e, per rendere la superficie più lucida e leggermente caramellata, passate il pesce sotto il grill per un paio di minuti.
Nel frattempo preparate il chutney di agrumi mettendo in un pentolino la marmellata di agrumi, l’aceto, la senape, poca scorza d’arancia tagliata sottile, un pezzetto di zenzero grattugiato, un pizzico di peperoncino e un pizzico di sale.
Fate cuocere a fuoco basso per 4-5 minuti, mescolando, finché l’aceto perde la punta più aggressiva e la marmellata torna a una consistenza densa e lucida, simile a un chutney.
Spegnete e lasciate intiepidire, aggiungendo qualche fogliolina di timo fresco.
Pulite la barba del frate eliminando le radichette e le parti più dure.
Lavatela con cura sotto acqua corrente, cambiando l’acqua più volte se necessario.
Lessatela in acqua salata per 3-4 minuti, poi scolatela e passatela velocemente sotto l’acqua fredda.
Scaldate in una padella un filo d’olio con poco zenzero grattugiato e un cucchiaio di salsa di soia.
Aggiungete la barba del frate e saltatela per un minuto.
Fuori dal fuoco unite qualche goccia di succo di limone, poca scorza d’arancia grattugiata, pepe e semi di sesamo tostati.
Disponete il pesce spada nei piatti, aggiungete la barba del frate arrotolata con una forchetta e completate con una cucchiaiata di chutney di agrumi a lato. 

lunedì 2 marzo 2026

Yakitori alla Candy Candy

Spiedini yakitori alla Candy Candy

Il 2 marzo 1980 non è stata solo una data sul calendario televisivo, ma l’inizio di un Big Bang emotivo che ha riscritto per sempre le regole dell’animazione e del costume nel nostro Paese.
Esattamente 46 anni fa, il debutto di Candy Candy portava nelle case degli italiani un linguaggio narrativo di una potenza dirompente, capace di polverizzare i record di ascolto e di generare un successo editoriale senza precedenti, col settimanale “Candy Candy” (edito da Fabbri) che arrivò a superare le 400.000 copie vendute a numero.
Quell’anime della Toei Animation, con i suoi 115 episodi e l’iconica sigla dei Rocking Horse da mezzo milione di dischi, è stato la scintilla che ha cambiato la mia vita, spingendomi a trasformare la passione in una vera e propria missione insieme ad Andrea Baricordi, Andrea Pietroni e Barbara Rossi.
Come collettivo Kappa Boys ci siamo fatti ambasciatori del Giappone e di quegli anime (e poi di quei manga) che Candy ci aveva insegnato ad amare, un mondo dove il dolore e la speranza s’intrecciavano in modo adulto e profondo.
Celebrare oggi questo anniversario significa onorare un legame indissolubile tra noi e il Sol Levante. Nel caso di Candy Candy, infatti, l’ambientazione dichiarata è occidentale, ma la matrice dell’opera resta profondamente giapponese.
Manga e anime nascono in Giappone e portano con sé, anche nei dettagli più minuti, una sensibilità visiva e narrativa che a volte supera la coerenza strettamente storica dell’Inghilterra in cui si muove la bionda protagonista. Per questo ho scelto di leggere questi spiedini non come una replica filologica dell’epoca, ma come un dettaglio iconografico passato attraverso uno sguardo giapponese. La mia proposta, quindi, è quella degli yakitori: una ricetta che dialoga con l’origine culturale dell’opera e col linguaggio dell’animazione che l’ha resa indimenticabile.

SECONDI > YAKITORI ALLA CANDY CANDY

Spiedini yakitori alla Candy Candy

Pollo > 4 cosce disossate
Porri > 2
Salsa di soia > 200 ml
Mirin > 200 ml
Sake > 100 ml
Zucchero > 40 g

Immergete gli spiedini di bambù in acqua fredda per 30 minuti, poi asciugateli.
Eliminate la parte verde del porro, l’estremità inferiore con la radice, quindi effettuate un leggero taglio longitudinale ed eliminate le prime due foglie esterne.
Tagliate il pollo e i porri in pezzi di uguale dimensione e infilzali, alternandoli, negli spiedini di bambù.
In un pentolino fate cuocere a fuoco lento la salsa di soia, il mirin, il sakè e lo zucchero finché il composto non si sarà ristretto di circa un terzo del suo volume. Immergte gli spiedini nella salsa ottenuta e cuoceteli su una griglia per circa 5 minuti, girandoli ogni minuto e cospargendoli ogni volta con la salsa.
Tostate in un pentolino i semi di sesamo.
Distribuite gli yakitori sui piatti e cospargeteli con i semi di sesamo tostati.

Per degli yakitori ancor più in stile Candy Candy potete aggiungere al pollo anche salsiccia e bocconcini di lombo di maiale, alternando cipolla a spicchi e peperone.

sabato 24 gennaio 2026

Torta di riso al kumquat con pistacchi e pinoli

Questo inverno è umido, lungo, appiccicoso. E quando la tristezza ti si attacca addosso non c’è niente di meglio di una torta che profuma di casa.
Prima d'iniziare a lavorare al mio nuovo libro di cucina – questa volta sarà dedicato ai drama coreani, da Crash Landing on You a Quando la vita ti dà mandarini, da Avvocata Woo a Squid Game – avevo bisogno di un piccolo premio. Così ho messo mano alla torta di riso della mia infanzia, quella che faceva mia madre: riso cotto nel latte, con zucchero, miele e frutta secca.
L’idea di questa variante mi è arrivata guardando una ciotola di kumquat rimasti dalle feste natalizie. Piccoli, lucidi, arancioni, il loro nome deriva dalla pronuncia cantonese dei caratteri gam gwat (“tangerino d’oro”). In Europa sono arrivati nell’Ottocento grazie al botanico Robert Fortune, ma sono originari della Cina e dell’Asia sud-orientale, e in Oriente si regalano spesso come portafortuna.
La cosa che più amo è che si mangiano interi, perché la buccia è dolce e fa da contrasto alla polpa acidula. E poi, per un fumettista come me, i kumquat hanno un retrogusto disneyano: nelle strisce originali americane di Bill Walsh e Floyd Gottfredson, infatti, Eta Beta (Eega Beeva) li mangiava in salamoia, anche se i redattori italiani hanno riadattato il testo fingendo che fossero “palline di naftalina” (sic…).
In questa ricetta li ho caramellati, per renderli morbidi e brillanti, senza quell’effetto di “frutta finta” che a molti fa odiare i canditi.
Insieme a pistacchi e pinoli, la torta di riso cambia faccia: resta un comfort food, ma con un taglio più contemporaneo.
Provatela perché è una torta che scalda la cucina, riempie la casa e ti rimette in asse.

DOLCI > TORTA DI RISO AL KUMQUAT CON PISTACCHI E PINOLI


Riso Originario > 200 g
Latte intero > 1 litro
Zucchero > 300 g
Uova > 3
Burro > 40 g
Vaniglia > 1 cucchiaino
Marmellata di limoni: 1 cucchiaio
Sale > 1 pizzico
Pistacchi non salati > 80 g
Pinoli > 30 g
Kumquat (mandarini cinesi) > 250 g
Miele > 1 cucchiaio
Cointreau > 1 tazzina

Lavate i kumquat (in alternativa potete utilizzare clementine non trattate) e tagliateli a metà, togliendo i semi.
Metteteli in pentolino con acqua fredda, portate a bollore 2 minuti e poi scolate. Ripetete una seconda volta (serve a togliere l’amaro).
Rimettete i kumquat nel pentolino con 150 ml di acqua, 150 g di zucchero e il miele.
Cuocete 15-20 minuti a fuoco medio, finché lo sciroppo non si addensa e le fette non saranno traslucide. Spegnete e lasciate raffreddare.
Scaldate intanto il latte, aggiungendo la vaniglia in polvere e il sale.
Quando prende bollore, versate il riso e cuocete 35-40 minuti a fuoco basso, mescolando spesso, e unite lo zucchero e la marmellata di limoni.
Quando il riso sarà cremoso e denso, togliete dal fuoco e mantecate col burro.
Una volta intiepidito, incorporate le uova una alla volta e poi il Cointreau, mescolando bene.
Aggiungete infine i pistacchi, i pinoli e i kumquat caramellati (tenendone qualcuno per la finitura), con un cucchiaio generoso del loro sciroppo.
Rivestite la teglia con carta forno (se la bagnate sarà più facile stenderla), versate l’impasto e livellate.
Cuocete in forno caldo a 180° per circa 50 minuti, fino a quando la superficie non sarà dorata e il centro ancora morbido ma fermo.
Fate raffreddare completamente e lasciatela qualche ora in frigorifero prima di servirla guarnendola con qualche kumquat caramellato e un velo del loro sciroppo.
A proposito: nel caso rimanesse un pezzetto di torta dopo il primo assaggio, sappiate che si conserva per 4-5 giorni a temperatura ambiente.   

mercoledì 5 novembre 2025

K-Pop Demon Gimbap

Se amate unire cultura pop e cucina, vale la pena dare uno sguardo a K-Pop Demon Hunters (2025), disponibile su Netflix. Diretto da Maggie Kang e Chris Appelhans, il film segue il gruppo femminile Huntr/x (composto da Rumi, Mira e Zoey) che, tra concerti e vita da pop-star, combatte demoni senza rinunciare a momenti di convivialità.
Perfetto connubio tra musica, coreografia e azione, il film dà spazio anche al cibo, inserendolo come elemento di normalità e gusto in un contesto fantastico.
Tra i piatti rappresentati spicca uno degli snack più amati in Corea: il gimbap (da gim, “alga”, e bap, “riso”), chiamato anche kimbap. Si tratta di un rotolo di riso che può ricordare il futomaki giapponese, ma queste due leccornie non vanno confuse: il gimbap non prevede infatti aceto di riso e utilizza principalmente ingredienti cotti o marinati.
In K-Pop Demon Hunters le Huntr/x alternano le esibizioni sul palco alle battaglie, ma anche a momenti in cui mangiano, si rilassano e si mostrano come persone comuni. Il gimbap diventa così uno snack energetico che le ancora alla quotidianità, anche quando l’azione si fa surreale.
Avete già l'acquolina in bocca? Cosa aspettate, allora? Fate partire la traccia Golden dalla playlist del film e, mentre le voci di Ejae, Audrey Nuna e Rei Ami raccontano il conflitto interiore di Rumi, la sua doppia identità e la ricerca del proprio io, cimentatevi nella preparazione del vostro gimbap, come delle vere pop-star in pausa tour.
A proposito… qual è il vostro gruppo (o artista) K-Pop preferito?
Quella che vi propongo oggi è la ricetta che ho imparato a Seoul durante una masterclass di cucina coreana. Potete variare il ripieno con verdure, pesce o carne, ma sappiate che non è un vero gimbap senza il danmuji, ravanello sottaceto giallo derivato dal daikon, utile alla digestione (in Giappone è chiamato takuan, takuwan o takuan-zuke).

SECONDI > K-POP GIMBAP
Alga nori > 4 fogli
Riso a grano corto > 300 g
Danmuji > 100 g
Prosciutto cotto > 1 fetta (1 cm di spessore circa)
Uova > 2
Cetriolo > 1
Carota > 1
Olio di sesamo tostato > 4 cucchiai
Sale > 1 cucchiaino
Pepe > 1 pizzico
Semi di sesamo > 2 cucchiai

Sciacquate il riso in una bacinella di acqua fredda. Cambiate l’acqua e ripetete l’operazione fino a che non sarà limpida e trasparente.
Scolate il riso e fatelo riposare per 30 minuti.
Cuocetelo in una casseruola coperta, a fuoco medio, in 400 ml d’acqua.
Raggiunta l’ebollizione, abbassate la fiamma e coprite il tegame con un coperchio.
Cuocete per 13 minuti (senza sollevare il coperchio), poi spegnete il fuoco e lasciate riposare altri 10 minuti.
Trasferite il riso in un contenitore (meglio se di legno) largo e basso e conditelo con 3 cucchiai di olio di sesamo e sale, quindi lasciatelo raffreddare a temperatura ambiente.
In una ciotola capiente sbattete le uova aggiungendo un pizzico di sale e di pepe.
Fate scaldare una padella bene oliata e versate il composto di uova, mettete il coperchio e lasciate cuocere a fuoco basso per una decina di minuti.
Capovolgete la fritata con l’aiuto del coperchio e proseguite la cottura per altri 5 minuti, sempre a fuoco basso, quindi lasciatela raffreddare.
Ricavate dal danmuji 4 bastoncini spesse 1/2 centimetro e lunghe 20 cm (potete acquistare in rete il ravanello daikon sottaceto già tagliato in comodi stick).
Mondate le carote e tagliatele in bastoncini spessi circa 1/2 centimetro.
Saltatele in padella con un filo di olio e un pizzico di sale per 5 minuti (dovranno ammorbidirsi ma risultare ancora croccanti), quindi lasciatele raffreddare.
Lavate bene il cetriolo e tagliatelo per la lunghezza a fette spesse 1/2 centimetro, quindi in strisce larghe 1/2 centimetro.
Tagliate la fetta di prosciutto cotto in strisce larghe 1/2 centimetro.
Tagliate la frittata in strisce larghe 1/2 centimetro.
Posizionate un foglio di alga nori su un tappetino di bambù per sushi.
Distribuite sul foglio di alga nori un sottile strato di riso, in modo uniforme, lasciando circa 1 centimetro libero sul bordo superiore.
Disponete il danmuji, la carota, il cetriolo e le strisce di prosciutto e frittata sul riso, lungo una linea centrale da parte a parte del foglio di alga nori.
Partendo dal basso, arrotolate l’alga nori utilizzando il tappetino finché i bordi non si congiungono, praticando una leggera pressione in modo da sigillarli per bene.
Una volta arrotolato, spennellate il gimbap con olio di sesamo tostato, cospargetelo di semi di sesamo tostati e affettatelo utilizzando un coltello affilato.